Opera Senza Corpo

Insania della radice

“Quando abbiamo deciso di fermarci ad affrontare il fantasma del Macbeth – che da tempo ci pedinava – sapevamo che avremmo dovuto iniziare a diffidare delle nostre certezze, a farle lentamente vacillare. Sapevamo che se ci fossimo fermati a guardarlo ci saremmo ritrovati noi ad essere osservati, indagati. Probabilmente sviscerati. Parlarne non aveva senso”.

“Porsi le solite domande sul testo, sull’autore, sui personaggi, sarebbe stata la via più facile per mettere in piedi una tragedia che ha già una sua propria enorme forza che permette comunque di portare in scena un lavoro dignitoso. Misurarsi con i maestri fa sentire le nostre passioni sciocche e insignificanti. Quindi, deporre le armi, spogliarsi delle proprie convinzioni e dei perni delle proprie esperienze è stato il primo passo.

La ricerca di tutto ciò che fa paura, tutto ciò che, d’istinto, fa voltare lo sguardo altrove. È venuto fuori che quell’orrore fatto di crudeltà e insensate scelleratezze, da cui pensavamo di essere immuni, noi, colti, emancipati e inciviliti, ce lo portiamo dentro come una macchia nera pronta ad esplodere e a sporcare. Abbiamo guardato dietro l’immagine della nostra natura che pretendiamo di nutrire, abbellire, coltivare, ingentilire con le più alte aspirazioni, e abbiamo cercato invece quei tratti, quei segni che tentiamo di nascondere.

Come dice Barthes “la scrittura è la distruzione di ogni voce”, quindi, non potevamo partire dal testo. Il lavoro con gli attori è stato veramente difficile: non volevamo corpi, volti e toni che recitassero, volevamo colpevoli che cercassero fantasmi-complici per banchettarci insieme. Volevamo che animi nobili ed eroici godessero del proprio inferno. Ma questo è stato solo l’inizio. Abbiamo avuto bisogno del corpo per poi abbandonarlo e abbiamo provato ad essere solo voce, mossa dalla paura di scrutare nel buio, ma in totale ascolto del buio. Un buio infestato da voci di cui non si distinguono il dentro e il fuori. Un corpo dimenticato, inconsistente, mentre la voce scricchiola, si muove a passi pesanti, e disegna sui muri della nostra mente e sull’artificiale biancore della nostra anima, contorte radici che tingono di nero. Abbiamo tentato non di sentire la paura della paura, ma di sentire quell’ “oscuro sollievo” mentre i nostri demoni ci stringono le mani al collo, e sentirci liberi quando la “corta candela” non ha più aria per bruciare e, finalmente, si consuma. Perché “Macbeth” ha significato fare i conti con quella macchia che speravamo di nascondere, che ci illudevamo di tenere a bada, ripulire o redimere, fosse anche un assassinio commesso soltanto nella nostra mente, di un’azione o un pensiero che trascinano nella parte più infima di noi. Ha significato un inferno la cui follia consiste proprio nella consapevolezza e nel desiderio della ripetizione.

Coscienti che non saremo mai visti come vorremmo o come pretendiamo di essere, abbiamo continuato a cercare un teatro che fosse pungolo continuo a fare i conti con se stessi. Quel teatro che ci è necessario per imparare a diffidare di ciò che vediamo ma che fa vedere ciò che non sapevamo di avere o di essere. Un teatro che costringa a sgranare gli occhi totalmente annebbiati da un flusso continuo di immagini e di specchi. Ciò che dovrebbe provocare terrore ci lascia indifferenti, si guardano le sembianze di un’ “opera” o di un’azione e ci si ritrova sordi alla voce che le muove. Alla nostra voce“.